Neuroscienze. piccolo manuale per iniziare – 04. Fine

Neuroscienze (03)

Centro interdipartimentale B.R.A.I.N. dell’Università di Trieste

Comitato per la Promozione delle Neuroscienze

Pubblicato a cura dell’ufficio stampa e P.R. della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia

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Questo piccolo manuale sulle neuroscienze, vuole essere più informativo che scientifico, più divulgativo che nozionistico. I singoli capitoli sono stati scritti e disegnati da giovani amanti delle neuroscienze, curiosi ed entusiasti, che non chiedono niente in cambio, già paghi della soddisfazione e del divertimento di averlo fatto. In questo spirito, non ci sono diritti di copyright, se non intellettuale. Ogni parte del libro può essere riprodotta in qualsiasi forma e per qualsiasi scopo. L’unica richiesta è quella di rendere onore agli Autori, menzionandoli quando si utilizza il loro materiale.

Hanno partecipato alla stesura di questo libretto: Alberto Bianco, Andrea Brovelli, Anna Montagnini, Eleonora Vasile, Giovanni Mirabella, Laura Borgioni, Luca Ticini, Lucia Carriero, Luigi Corvetti. Ci è stata particolarmente utile, per aver letto le bozze ed averci dato buoni suggerimenti, la dott.ssa Francesca Capodanno.

Prof. P. Paolo Battaglini Responsabile del B.R.A.I.N. Presidente del Comitato per la Promozione delle Neuroscienze

Fonte di origine da citare: http://www2.units.it/~brain/Neuroscienze.pdf

Impaginazione web: Arch. Nuni Burgio – Agosto 2008

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L’INVECCHIAMENTO

Pablo Picasso, pittore, Alber Einstein, scienziato, Giuseppe Verdi, musicista. Questi e tanti altri grandi geni hanno lavorato in campi molto diversi fra loro, ma hanno tutti condiviso un aspetto eccezionale: sono stati creativi e produttivi in tarda età. Essi hanno contraddetto il comune convincimento che l’invecchiamento porti sempre ad un pronunciato declino e a perdita delle capacità cognitive. Oggi i neuroscienziati credono che il cervello possa rimanere relativamente sano e perfettamente funzionante anche quando invecchia e che sono le malattie ad essere la causa dei più gravi deterioramenti della memoria, dell’intelligenza, della fluenza verbale e delle capacità cognitive in genere. Si stanno studiando i cambiamenti normali che si verificano nel tempo e gli effetti che questi hanno sulla capacità di ragionare e sulle altre doti intellettive. Sembra che gli effetti dell’età sulle funzioni cerebrali varino enormemente da individuo a individuo. Con l’età, la grande maggioranza delle persone diventa solo un po’ smemorata, in particolare per quanto riguarda i ricordi dei fatti recenti. Per esempio, intorno ai 70 anni si possono cominciare a dimenticare i nomi delle persone e i numeri di telefono. Altri anziani, però, cominciano a manifestare i segni della demenza senile, un progressivo e grave danneggiamento delle funzioni mentali, che interferisce con la vita di tutti i giorni. La demenza senile, che comprende affezioni quali il morbo di Alzheimer e le patologie cerebro-vascolari, colpisce circa il 10% delle persone sopra i 65 anni e la percentuale aumenta di diverse volte sopra gli 85 anni. In un piccolo, terzo gruppo di persone, che include Picasso, Verdi ed altri, la funzionalità mentale sembra completamente non influenzata dall’età. In sostanza, sono quindi molte le persone che hanno una buona performance per tutta la vita e continuano ad averla anche in età avanzata. L’idea che un declino mentale pronunciato e progressivo sia inevitabile con l’età è stata ed è tuttora diffusa per varie ragioni. La più rilevante è che, fin nel ventesimo secolo, poche persone arrivavano ad invecchiare in buona salute. Nel 1900, quando l’aspettativa di vita era di circa 47 anni, solo il 4% della popolazione aveva più di 65 anni ed in genere si trattava di persone ammalate. Nel 1990, quando l’aspettativa di vita ha superato i 75 anni, già il 12% della popolazione aveva più di 65 anni. Una generazione fa, già a 60 anni si cominciava a notare una certa fragilità intellettuale; oggi è più comune che si manifesti intorno agli 80, ma non è inevitabile. Inoltre, in passato erano in pochi a mettere in discussione l’idea che l’invecchiamento comporti inevitabilmente un declino mentale, in quanto gli scienziati conoscevano ancora poco del cervello e dei suoi processi di invecchiamento. Ciò che oggi sappiamo sul normale invecchiamento del cervello proviene da studi sul sistema nervoso che sono iniziati decine di anni fa e proprio adesso cominciano a dare i primi risultati. Il cervello raggiunge il suo massimo peso intorno all’età di 20 anni e poi ne perde, lentamente e progressivamente, circa il 10% nel resto della vita. Inoltre il cervello perde continuamente neuroni. Quando ciò si verifica, e può essere anche a causa di un danno fisico o un evento patologico, i neuroni possono rispondere espandendo le loro arborizzazioni dendritiche e raffinando le loro connessioni reciproche. Inoltre, anche un neurone danneggiato può ripararsi se il corpo cellulare rimane intatto: i dendriti e l’assone possono ricrescere e stabilire nuovi contatti sinaptici. Inoltre, le moderne tecnologie, soprattutto quelle di visualizzazione del cervello in vivo, rendono possibile studiare la struttura e le funzioni in sempre maggior dettaglio. Così i neuroscienziati sono sempre più in grado di distinguere un invecchiamento normale da uno patologico e si fa largo l’idea che, sebbene alcune modifiche si verifichino effettivamente nell’invecchiamento normale, queste non siano poi così gravi come si riteneva. La causa dell’invecchiamento cerebrale, comunque, rimane ancora un mistero. Le teorie per spiegarla sono molte: alcuni scienziati sostengono che geni specifici per l’invecchiamento vengono attivati in un certo momento della vita; altri parlano di mutazioni geniche. Ci sarebbero anche le influenze ormonali, la decadenza del sistema immunitario e l’accumulo di prodotti di rifiuto del metabolismo cellulare, che distruggerebbero i lipidi e le proteine essenziali alla normale vitalità cellulare. La ricerca è attiva a tutto campo e, come accade per argomenti così stimolanti, le neuroscienze sono affiancate in questo sforzo da altre discipline fondamentali, quali, ad esempio, la genetica e la biochimica. Quello dell’invecchiamento è uno dei tanti campi in cui la sperimentazione animale è assolutamente indispensabile. Se si vuole studiare come un organismo vivente si modifica con l’età, se si desidera conoscere quali influenze sono in grado di accelerare o rallentare i processi fisiologici che si vanno identificando e si vuole portare lo studio a livello cellulare o sub-cellulare, non è possibile reperire tecnologie che consentano di ottenere risultati attendibili e riproducibili se non sull’animale. Studi recenti hanno svelato alcune delle modifiche che si verificano nelle cellule cerebrali quando gli animali sono fatti vivere in ambienti arricchiti e stimolanti. Tutti sappiamo che tali situazioni sono ideali sia per l’ottimale crescita dei bambini che per il mantenimento delle capacità intellettive dell’anziano; quello che non è chiaro è con quali meccanismi ciò si verifichi e se sia possibile innescare tali meccanismi anche quando l’arricchimento ambientale non è possibile, ovvero potenziarli quando esso lo è. Quando ratti di mezza età vengono allevati in ambienti stimolanti, i dendriti dei neuroni della corteccia cerebrale, che è la responsabile di tutte le attività coscienti, si accrescono in lunghezza, rispetto a quelli di ratti allevati in isolamento. In un altro studio si è visto che nei ratti allenati a svolgere attività acrobatiche si sviluppava un maggior numero di sinapsi che nei ratti che svolgevano esercizi fisici semplici o erano inattivi. Gli scienziati hanno concluso che non tanto l’esercizio fisico, quanto l’apprendimento motorio induce la formazione di nuove sinapsi. Altri scienziati hanno riferito che ratti allevati in un ambiente stimolante facevano significativamente meno errori nel trovare l’uscita di un labirinto rispetto ai ratti allevati in isolamento: i ratti allenati avevano un maggior peso del cervello e la corteccia cerebrale più spessa dei ratti di controllo. Prima di tutto bisogna chiarire un concetto riguardo la durata della vita. Essa infatti viene misurata in due modi: età massima e vita media. L’età massima è riferita ai singoli individui ed è probabile che il suo valore sia intorno ai 120 anni. La vita media è l’età media di una popolazione di soggetti. L’aspettativa di vita, infine, è il numero di anni che un individuo può aspettarsi di vivere sulla base della vita media della popolazione di cui fa parte. Nel secolo appena finito, la vita media e l’aspettativa di vita sono aumentate in modo notevole: dai circa 47 anni all’inizio del secolo ai circa 75 del 1990. L’aumento è quasi interamente dovuto al miglioramento della sanità, alla scoperta degli antibiotici ed alle pratiche di profilassi. Ora che si è vicini ad ottenere importanti vittorie contro il cancro e le malattie cardiovascolari, alcuni pensano che quei valori possano aumentare ancora.

QUAL È IL SEGRETO?

Centoventi anni, questa, da quanto se ne sa, è la massima durata della vita di cui si abbia una conoscenza certa. Appartiene ad un uomo giapponese, Shirechiyo Izumi, vissuto appunto 120 anni e 237 giorni e morto nel 1986 per una polmonite. Questi eventi eccezionali ci fanno sempre chiedere: qual è il segreto? Dipende dai geni? Dipende dal posto dove la gente vive o dal modo in cui vive? Che tale limite ci sia o meno, cosa succede quando invecchiamo? Una volta che lo capissimo, saremmo in grado di prolungare la vita di un individuo oltre i 120 anni, fino a molto, molto di più? Ed infine, una domanda ancora più importante: potrà la conoscenza dei meccanismi dell’invecchiamento aiutarci a combattere le malattie ed i danni che si associano alla tarda età, e far sì che questa sia vissuta in salute, attività ed indipendenza?  

In risposta all’arricchimento ambientale, i ratti vecchi tendono a formare nuovi dendriti e nuove sinapsi così come quelli giovani, anche se la loro risposta è più lenta e di minore entità. Quali sono gli eventi molecolari o biochimici che inducono la proliferazione dendritica e la formazione di un maggior numero di sinapsi? È possibile riprodurli così da ridurre gli effetti indesiderati dell’invecchiamento ma, anche, utilizzarli nelle patologie neurodegenerative che così drammaticamente riducono la qualità della vita anche in chi anziano non è ancora? E, domanda curiosa che l’uomo si pone da sempre: esiste un limite massimo alla durata della vita o, agendo sui meccanismi che determinano l’invecchiamento, questo limite può essere procrastinato all’infinito? L’età massima raggiungibile da un singolo individuo, invece, è un’altra cosa. Non vi sono prove certe che essa abbia subito modifiche per migliaia di anni, nonostante le favole sulle fonti della giovinezza e gli episodi biblici di patriarchi straordinariamente longevi. Molto recentemente, però, il sogno di prolungare l’età massima è passato dalla leggenda al laboratori. Man mano che gli scienziati esplorano sempre più i geni, le cellule e gli organi mentre invecchiano, scoprono sempre più segreti della longevità. Di conseguenza, l’allungamento della vita diventa sempre più una possibilità invece di una favola, e la speranza di ritardare l’insorgenza di malattie e processi degenerativi diventa sempre più un obiettivo raggiungibile, anziché un sogno.

NEL LABORATORIO DELLE MOSCHE CHE VIVONO IL DOPPIO

In un laboratorio dell’Università della California, ad Irvine, ci sono migliaia di mosche che normalmente vivono da 70 a 80 giorni: quasi il doppio della loro normale vita media. Le mosche appartengono ad un biologo dell’evoluzione, Michael Rose, che le ha selezionate opportunamente. All’inizio del processo di selezione, Rose ha raccolto le uova deposte da mosche anziane e le ha fatte schiudere in isolamento. Le nuove mosche sono state quindi trasferite in una scatola di plexiglass, alimentate e trattate in modo da favorire gli accoppiamenti. Una volta diventate anziane, le uova deposte dalle femmine vecchie, e fecondate dai maschi vecchi, sono state nuovamente raccolte e fatte schiudere individualmente. Il ciclo è stato ripetuto molte volte, ma ogni volta si posponeva la data in cui le uova venivano prelevate. Dopo 2 anni e 15 generazioni, il laboratorio aveva raccolto popolazioni di mosche più longeve delle altre. A questo punto la domanda è: cosa è successo? Quali geni e quali prodotti genici sono stati coinvolti nel processo che ha portato ad una maggiore longevità? Rose ha ottenuto lo stesso risultato anche selezionando mosche sulla base della loro capacità a resistere in condizioni sfavorevoli, cosicché il risultato non è imputabile ad una maggiore fertilità nell’età avanzata. Una possibilità è che sia in qualche modo coinvolto l’enzima superossido-dismutasi (SOD). In un altro laboratorio a Irvine, infatti, lo scienziato Robert Tyler ha scoperto che le mosche più longeve hanno un gene per la SOD in qualche modo diverso da quello delle mosche di controllo: nelle mosche più longeve il gene è più attivo. La scoperta ha, ovviamente, dato una forte spinta all’ipotesi secondo la quale gli enzimi anti-ossidanti (come la SOD) siano collegabili all’invecchiamento o alla longevità. Alcuni geni delle mosche, ma anche del lievito, sembrano quindi promuovere la longevità. Ma altri possono ridurla. Uno di questi “geni della morte” è stato isolato nei nematodi da ricercatori che hanno scoperto che la sua mutazione riesce a più che raddoppiare la vita media di questi vermi. È stato trovato che la mutazione porta ad una superproduzione di SOD e catalasi: enzimi collegati alla longevità in ancora altri studi. Questi ed altri enzimi sono in grado di prevenire i danni cellulari, mentre altri, di natura simile, possono riparare i danni che si verificano a livello del DNA o ancora aiutare le cellule a superare gli stress.

VIVERE PIÙ A LUNGO SIGNIFICA ANCHE USARE DI PIÙ IL PROPRIO CERVELLO

L’invecchiamento è un processo che dipende da molti fattori, alcuni dei quali possono essere prevenuti o tenuti sotto controllo. Nasciamo con un buon numero di neuroni in più e possiamo probabilmente permetterci di perderne diversi, ma fino ad un certo punto, senza problemi. Quello che sarebbe necessario è individuare, e prevenire, le situazioni che ne fanno morire in eccesso. Un primo passo è quello di prevenire gli “incidenti”, come gli ictus ed i traumi meccanici, che possono far perdere abbastanza neuroni da farci passare la linea di confine con la malattia. Gli scienziati stanno valutando gli effetti degli antiossidanti, come le vitamine E e C, che possono avere un’azione protettiva nei confronti del cervello, come pure gli estrogeni ed alcuni farmaci quali, forse, l’ibuprofene. Quando poi si conoscerà più a fondo cosa succede al cervello delle persone affette da Parkinson e da Alzehimer, sarà possibile proteggere meglio e anche riparare o ripristinare i neuroni danneggiati o persi. Anche lo stile di vita può essere importante per vivere meglio e più a lungo: l’interazione fra cervello e corpo può non solo influire positivamente sulla vita di tutti i giorni, ma anche svolgere un ruolo protettivo in condizioni come l’Alzheimer, le malattie cardiache, il cancro. Sono in particolare importanti:

• L’educazione continua e la stimolazione intellettuale. È il concetto di “Usalo o perdilo”: anche l’esercizio mentale può aiutare a proteggere le cellule cerebrali.

• L’ esercizio fisico. Alcuni studi hanno dimostrato che l’esercizio fisico aiuta a migliorare la memoria ed accrescere la longevità.

• Il controllo dello stress. Diverse ricerche hanno indicato che le condizioni di stress possono danneggiare l’ippocampo, una zona cerebrale essenziale per la memoria e l’acutezza mentale.

• La depressione. Questa condizione è legata alla riduzione del volume dell’ippocampo e può influenzare la memoria ed i processi cognitivi. La depressione non trattata è un problema particolarmente importante negli anziani, fra i quali vi è il più alto tasso di suicidi. Alcuni studi hanno dimostrato che anche gli stati depressivi che si verificano in seguito a malattie molto gravi, quali l’infarto e l’ictus, riducono fortemente le possibilità di guarigione.

• Il mantenimento delle relazioni sociali. Sembra che le persone con un forte coinvolgimento sociale siano meno soggette all’influenza virale. In uno studio, donne con tumore al seno che frequentavano un gruppo di supporto hanno avuto un tempo di sopravvivenza maggiore rispetto a quelle non coinvolte.

• La dieta. Una dieta ipocalorica (dal 30 al 60 percento di calorie in meno), ma bilanciata, promuove un vistoso prolungamento della vita media nei topi, probabilmente innescando meccanismi che ritardano l’insorgenza di danni al DNA, il livello di radicali liberi, il bilancio ormonale o l’invecchiamento cellulare.

 

L’ALZHEIMER

La malattia di Alzheimer rappresenta un processo degenerativo cerebrale associato a un declino progressivo e globale delle funzioni intellettive, il cui esordio è insidioso, ovvero è particolarmente difficile da individuare. L’ammalato manifesta un lento deterioramento cognitivo ed una progressiva perdita dell’autonomia nell’esecuzione degli atti quotidiani. I sintomi che più genericamente caratterizzano questa malattia consistono in: perdita significativa della memoria (amnesia); cambiamenti di comportamento e alterazione della personalità; perdita di iniziativa e di interesse; errori di valutazione; problemi del linguaggio (afasia); periodi confusionali transitori; perdita dell’orientamento spazio-temporale; incapacità a riconoscere persone, cose e luoghi (agnosia); incapacità a compiere atti quotidiani della vita, lavarsi, vestirsi e mangiare (aprassia); deliri e/o allucinazioni; totale dipendenza e necessità di assistenza. Sebbene l’andamento della malattia sia molto variabile, possono passare all’incirca 5-10 anni prima che la stessa raggiunga lo stadio finale, caratterizzato dalla perdita di controllo di tutte le funzioni dell’organismo. Risultano purtroppo ancora sconosciute le cause precise che la determinano. Questa malattia rappresenta circa il 60% di tutte le demenze e prende il nome da Alois Alzheimer (1864-1915), un neurologo tedesco che tra il 1907 e il 1911 ne descrisse le principali caratteristiche microscopiche cerebrali, individuabili in sede autoptica e con biopsie (quindi solo su individui deceduti). Attualmente la diagnosi accurata avviene anche sul paziente vivo, grazie alle moderne tecniche di visualizzazione del cervello e tramite l’analisi clinica dei sintomi. Dal punto di vista morfologico, la malattia è caratterizzata da un decremento e da una significativa riduzione del peso e del volume del tessuto cerebrale; a livello corticale si assiste a un evidente allargamento dei solchi cerebrali e all’assottigliamento delle circonvoluzioni. Vi sono, inoltre, evidenti segni di dilatazione ventricolare, (i ventricoli sono le cavità contenenti il liquido cerebrale). Tutte queste alterazioni, individuabili con le tecniche di visualizzazione del cervello, determinano un’atrofia cerebrale diffusa, che interessa soprattutto i lobi temporali ed in particolare l’ippocampo, la struttura ricurva che è implicata nel consolidamento della memoria, permettendo il passaggio dalla memoria a breve termine verso quella a lungo termine. Ciò spiega come questa patologia comprometta, tra le varie funzioni psicologiche, innanzitutto la memoria recente. All’esame microscopico del cervello eseguito su prelievi autoptici, si nota una massiccia perdita neuronale, considerabile di per sé la causa principale dei deficit cognitivi e dei fenomeni regressivi sui neuroni residui. All’interno degli stessi si osservano strutture filamentose (degenerazione neurofibrillare) ed inclusioni ovoidali (degenerazione granulo-vacuolare). Le cause reali dell’Alzheimer sono ancora sconosciute, infatti le diverse ipotesi sono tutte ancora sottoposte a verifica sperimentale. A tutt’oggi non esistono trattamenti capaci di arrestare la degenerazione cerebrale. I diversi trattamenti proposti mirano solamente a rallentare il decorso e a limitare, almeno temporaneamente, i sintomi cognitivi e comportamentali, garantendo una qualità di vita dignitosa seppur non ottimale. Attualmente, l’obiettivo principale della ricerca è quello di sviluppare terapie in linea con le cause che stanno alla base della malattia, al fine di ritardare, arrestare e possibilmente prevenirne lo sviluppo.

 

LE CELLULE STAMINALI

Ogni volta che si sente la parola cellule staminali, vengono sempre in mente embrioni congelati manipolati a piacimento da scienziati pazzi, poi il pensiero si sposta sull’uso “improprio” di questi e sulla clonazione, che per definizione è diventato il metodo per creare mostruose copie di persone, cosa fa sollevare critiche e anatemi verso gli scienziati. Eppure le cose non stanno esattamente così. Infatti, lasciando da parte, per motivi di spazio, la clonazione ed i suoi utilizzi, l’uso più frequente che si fa delle cellule staminali è un altro. Partiamo dall’inizio, dalla definizione che ci offre la biologia: per cellula staminale si intende qualsiasi cellula capace di dare origine a tutte le popolazioni cellulari di uno o più tessuti, che si riproduce per tutta la vita e da cui nascono sia nuove cellule staminali, sia cellule che si differenziano verso una linea precisa. Una cellula staminale può essere “pluripotente” e dare origine a più popolazioni cellulari specifiche di un tessuto (ad esempio, una cellula staminale del tessuto nervoso darà origine a tutte le cellule nervose ma non a quelle del midollo osseo, etc.). Oppure può essere “totipotente” e dare origine a tutte le popolazioni cellulari dell’organismo, come le cellule presenti in stadi precoci dello sviluppo embrionale (immediatamente dopo l’impianto, oppure dopo qualche divisione). Come si vede, le cellule staminali non provengono solo dagli embrioni, ma anche da cellule presenti nell’individuo adulto e questo apre molte strade alla ricerca, mettendo a tacere le ire della bioetica. L’uso più noto è il trapianto di cellule prelevate da cordone ombelicale o da midollo osseo per la cura delle leucemie o di altre malattie del sangue. Nell’ambito delle neuroscienze si stanno facendo importanti progressi: si sa che un neurone morto o danneggiato può essere rimpiazzato da cellule staminali presenti nel cervello ed alcuni scienziati stanno utilizzando cellule provenienti dal bulbo olfattivo, dette Enshiting Cells, per favorire la rigenerazione neuronale in caso di lesioni del midollo spinale. Nella zona lesionata del midollo vengono trapiantate le enshiting cells, che non solo sono capaci di replicarsi, ma hanno delle caratteristiche intermedie tra i neuroni e le cellule gliali, che consentono loro di riparare la lesione e restituire la funzionalità al midollo. Ormai sappiamo che il cervello è in grado di badare a se stesso, producendo delle sostanze che gli facciano superare delle brutte malattie, ma se noi da fuori gli dessimo una mano? Alcuni laboratori si stanno occupando di modificare le cellule staminali in modo che siano in grado di rilasciare un po’ di più di quelle sostanze, come hanno fatto i ricercatori dell’istituto San Raffaele di Milano, che studiano la Corea di Huntington. Altri ancora hanno pensato bene di modificare ancora di più queste cellule, dando loro una nuova identità. Per definizione, le cellule staminali che si trovano nel cervello sono pluripotenti, quindi non sarebbero in grado di rimpiazzare altri tipi cellulari ma, con opportuni accorgimenti, sono in grado di differenziarsi in tutti i tipi cellulari, diventando totipotenti come le cellule embrionali. I ricercatori hanno prelevato le cellule staminali da una zona del cervello adulto e le hanno messe in contatto con cellule di un altro tessuto. In questo modo esse “capiscono” di trovarsi in un contesto diverso e cambiano identità, una sorta di trasformismo cellulare. Quello che manca da scoprire è come e perché le cellule siano in grado di andare incontro a questa crisi d’identità. Scoprire i segnali che permettono il passaggio da un tipo all’altro permetterebbe di prelevare cellule staminali da un tessuto adulto o da cordone ombelicale, evitando lo spettro dell’embrione, farle crescere in vitro fino ad ottenerne la quantità desiderata, convincerle ad assumere la giusta personalità e poi trapiantarle. Le cellule così ottenute, oltre ad essere usate così come sono, potrebbero essere anche manipolate in modo da produrre sostanze la cui carenza porta a diverse malattie neurodegenerative, come Parkinson, Alzheimer, Corea di Huntington.

I RISCHI

Sembra che le cellule primitive prelevate dal cadavere abbiano la sorprendente capacità di generare nuovi neuroni, tanto che questa fonte potrebbe validamente sostituire il prelievo fetale, che crea problemi etici maggiormente controversi. Per quanto la tecnica possa essere raffinata, però, essa non risolve i problemi generali legati all’utilizzo delle cellule staminali a scopo terapeutico, che vanno dal rischio di determinare l’insorgenza di tumori alla possibilità di far insorgere processi infiammatori, che potrebbero essere anche mortali. Né è ancora sicuro che i miglioramenti della funzionalità cerebrale che si sono osservati negli animali da laboratorio saranno realmente duplicabili nell’uomo. A questo proposito, in alcuni centri si stanno già svolgendo delle sperimentazioni cliniche che prevedono l’impianto di cellule staminali in pazienti affetti da Parkinson, una malattia dovuta alla perdita dei neuroni che producono il neurotrasmettitore dopamina. Anche se non sono ancora stati dimostrati dei benefici a lungo termine, ci sono comunque segni reali che le cellule staminali possano effettivamente sostituire quelle perse. Rimangono, però, i rischi legati alle cellule trapiantate in quanto tali, rischi che vanno dalla possibile “deviazione” verso una linea tumorale alla possibilità di causare risposte immunitarie da parte dell’organismo ospite. Se si tratta, poi, di cellule che provengono dal cervello, esiste anche il rischio del contagio, per cui gli scienziati devono prendere precauzioni aggiuntive per tutelare se stessi. Per queste ragioni nell’immediato futuro la sperimentazione sull’uomo sarà verosimilmente molto limitata ed attenta e coinvolgerà ben pochi pazienti, in tutto il mondo, e sarà prevalentemente indirizzata a risolvere il problema essenziale della sicurezza. Cioè di non arrecare danni.  

LA NEUROGENESI

Fino a poco tempo fa, l’incapacità del cervello adulto di rigenerarsi era uno dei principi indiscutibili delle neuroscienze. Si pensava, infatti, che, la neurogenesi nel sistema nervoso centrale fosse ristretta solo alla fase embrionale e al primo periodo postnatale. Oggi diverse ricerche tendono a sfatare questo mito. I primi studi relativi alla neurogenesi nell’adulto possono essere fatti risalire a circa una quarantina d’anni fa e precisamente ad una pubblicazione fatta da due ricercatori americani nel 1965. In una zona del cervello di ratti adulti, l’ippocampo, essi osservarono la comparsa di nuove cellule con morfologia simile a quella dei neuroni. Ma com’è possibile distinguere una cellula vecchia da una neonata? In effetti, le cellule sono un po’ tutte uguali e tutte, prima di dividersi, devono andare in mitosi, cioè devono duplicare il loro DNA: quindi quello che si cerca non è tanto la cellula, quanto il suo DNA. A prima vista potrebbe sembrare ancora più difficile, ma se si fa in modo che per la sintesi di “nuovo” DNA la cellula usi degli amminoacidi radioattivi forniti dall’esterno, anche il suo DNA sarà, almeno in parte, radioattivo ed ecco che la cellula neoformata diventa “fosforescente” e basta osservarla con uno speciale microscopio per scattarle una foto ricordo. È proprio questo che fecero negli anni ’60 i primi che scoprirono la neurogenesi, e lo stesso procedimento si segue ancora oggi. Purtroppo quaranta anni fa mancavano dei marker specifici per i neuroni e una cellula fosforescente non ci dice molto sulla sua identità: potrebbe essere qualunque cellula, ha una morfologia neuronale ma non si può dire con certezza che è un neurone; e se fosse una semplice cellula tumorale? A seguito di queste difficoltà, la neurogenesi è passata nel dimenticatoio. Dopo diversi anni, grazie allo sviluppo di marker migliori e di nuove e più raffinate tecnologie, la neurogenesi è stata confermata, non solo in ratti e topi ma anche in altri mammiferi adulti compreso l’uomo, così l’argomento è ritornato ad avere i suoi appassionati in tutto il mondo. A tutt’oggi, nel cervello adulto, le cellule staminali che daranno origine a nuovi neuroni sono state osservate nel bulbo olfattivo e nell’ippocampo. Le prime danno origine a neuroni necessari alla captazione degli odori, le altre ad un altro gruppo di neuroni detti cellule granulari. L’ippocampo è una zona del cervello che fa parte del sistema libico ed è coinvolto nel controllo di molti aspetti della vita di relazione. Dei ricercatori hanno allevato dei topini in ambienti ricchi di stimoli: invece delle solite gabbiette spoglie, hanno fornito ai topini diversi giochi (ruote, scale, tunnel, etc.) e invece del solito mangime hanno pensato bene di variare la dieta con semi, frutta secca e altre cosine buone. Sicuramente i topini erano più contenti, ma la cosa sorprendente era che nuovi neuroni e astrociti erano presenti nell’ippocampo. In maniera semplicistica si potrebbe dire “divertitevi, mangiate bene e sarete più intelligenti” e in realtà non sembra sbagliato. Spontaneamente, sembra che la neurogenesi sia limitata a poche zone, ma alcuni ricercatori hanno pensato bene di “indurla” in zone in cui spontaneamente non si verifica. Con una particolare tecnica, hanno provocato la morte di pochi neuroni in una zona ristretta della corteccia cerebrale di ratti adulti. Dopo un paio di mesi dalla lesione, con la solita tecnica degli aminoacidi radioattivi, associata all’uso di marker neuronali specifici, sono andati a controllare la zona lesionata che, con gioia degli sperimentatori (e di noi tutti) presentava dei neuroni neonati. In questo caso, quindi, è stato visto che, potenzialmente, una degenerazione neuronale può essere riparata un po’ come una ferita su una mano. Tuttavia questi sono solo alcuni esempi di quello che succede, ma poco ancora si sa sul come tutto ciò accade, quali sono i meccanismi coinvolti e le molecole che sono in gioco e anche se molti progressi sono stati fatti è importante continuare a studiare in modo da poter sviluppare, per esempio, terapie farmacologiche che permettano di curare malattie neurodegenerative ed altri danni neuronali, solo stimolando la neurogenesi.

LA CHIMICA DEL CERVELLO

LE SINAPSI

Presto o tardi il potenziale d’azione, che abbiamo visto in uno dei primi capitoli, arriva al termine dell’assone. È qui che avviene il “passaggio del testimone” fra due neuroni o fra un neurone e una fibra muscolare. Come già detto, il punto di contatto tra due neuroni è chiamato sinapsi. Esistono due tipi di sinapsi: chimiche ed elettriche. Le prime sono di gran lunga le più numerose nel sistema nervoso dei mammiferi. Le sinapsi elettriche mettono in comunicazione diretta l’interno della cellula presinaptica con quello della cellula postsinaptica. Le cellule, in questo caso, sono unite da canali ionici a bassissima resistenza, i quali permettono il passaggio delle correnti di ioni indotte dal potenziale d’azione. La trasmissione nervosa attraverso le sinapsi elettriche è rapidissima, quasi immediata. In molte specie di invertebrati le sinapsi elettriche sono molto comuni sia tra i neuroni di senso che in quelli motori. Al contrario, nel sistema nervoso centrale dei mammiferi adulti tali sinapsi sono molto rare. Nei mammiferi, questo tipo di connessioni tuttavia è comune in cellule non nervose come ad esempio le cellule cardiache. Nel muscolo cardiaco queste connessioni consentono l’accoppiamento elettrico di più cellule, che possono quindi contrarsi in maniera sincrona. Nelle sinapsi chimiche le due cellule non sono in contatto tra loro, ma sono separate da un minuscolo spazio (0,02 millesimi di millimetro), chiamato fessura sinaptica. La presenza di quest’interruzione rende impossibile il passaggio diretto delle correnti ioniche, quindi per poter proseguire il suo viaggio, l’impulso deve “cambiare identità”. Così il segnale elettrico viene convertito in un segnale chimico e attraversa in questa forma lo spazio sinaptico, per poi essere nuovamente convertito in un impulso elettrico. La comprensione di come avvengano questi meccanismi è di una importanza cruciale. La sinapsi, infatti, è l’unico posto del sistema nervoso a contatto, anche se indirettamente, col liquido extracellulare e quindi col sangue. È quindi possibile modificarne la composizione somministrando sostanze dall’esterno, influenzando in modo cruciale la capacità di comunicazione fra i neuroni, sia aumentandola che diminuendola. La trasmissione sinaptica avviene in fasi successive, che si susseguono rapidamente. Il punto fondamentale di questo processo è nella liberazione di molecole chiamate neurotrasmettitori. Nelle terminazioni presinaptiche, i neurotrasmettitori sono concentrati in particolari organelli, chiamati vescicole sinaptiche. Una sottopopolazione di queste vescicole si trova già legata a siti specializzati della membrana cellulare con la quale sono destinate a fondersi. A riposo la probabilità che il processo di fusione avvenga è molto bassa. L’arrivo del potenziale d’azione provoca però l’apertura di canali voltaggio-dipendenti permeabili allo ione Ca++. Il flusso di Ca++ attraverso la membrana causa un notevolissimo aumento della concentrazione di questo ione in vicinanza delle vescicole legate alla membrana. Il Ca++, legandosi a proteine specifiche, induce un processo di fusione tra la membrana delle vescicole e quella della terminazione cellulare presinaptica. Le vescicole riversano quindi il loro contenuto nella fessura sinaptica, dove entrano rapidamente in contatto con alcune proteine, presenti nello spessore della membrana della cellula postsinaptica, chiamate recettori. Il legame dei neurotrasmettitori ai recettori specifici induce cambiamenti nella conformazione degli stessi recettori, modificandone perciò la funzionalità. L’interazione tra recettore e neurotrasmettitore è altamente specifica, dunque solo molecole con una forma adeguata possono legarsi al recettore e attivarlo (tale meccanismo è noto con il nome di “chiave-serratura”). L’attivazione del recettore può provocare una depolarizzazione del potenziale di membrana, aumentando la probabilità che la cellula postsinaptica generi a sua volta un potenziale d’azione, oppure può provocare una iperpolarizzazione, diminuendo la probabilità che venga generato un altro potenziale d’azione. Nel primo caso la sinapsi viene definita eccitatoria, nel secondo inibitoria. Un certo neurone può eccitare o inibire un’altra cellula, ma non fare entrambe le cose. Esistono perciò neuroni eccitatori e neuroni inibitori.

I neurotrasmettitori

Sono stati isolati un grandissimo numero di neurotrasmettitori nel sistema nervoso e probabilmente il loro reale numero è sottostimato. A fronte di questa grande variabilità del tipo di molecole utilizzate, gli effetti che esse producono legandosi agli appositi recettori delle membrane postsinaptiche possono essere raggruppati in tre gruppi: 1) eccitatorio, 2) inibitorio e 3) modulatorio. Come può un neurotrasmettitore avere una funzione modulatoria? E cosa modula? Fino ad ora abbiamo descritto un unico tipo di sinapsi: quella tra il terminale assonico e i dendriti. Tuttavia ne esistono anche di tipi diversi. Gli assoni possono formare delle sinapsi sul corpo cellulare del neurone post-sinaptico o addirittura sulla zona terminale dell’assone post-sinaptico. Queste sinapsi, chiamate asso-assoniche, influenzano il rilascio delle vescicole nella cellula postsinaptica. In altre parole il rilascio del neurotrasmettitore induce, nella cellula “bersaglio”, un aumento o una diminuzione della concentrazione dello ione calcio, che si troverà quindi in concentrazioni diverse all’arrivo di un potenziale d’azione e provocando allora la fusione di un maggiore o minore numero di vescicole. L’effetto finale di quest’azione è che la cellula “bersaglio” potrà influenzare diversamente i neuroni con cui essa è connessa, a parità di potenziali d’azione che la percorrono.  Didascalia: Un potenziale d’azione passa da un neurone all’altro dovendo superare un ristretto spazio che separa le due cellule: la sinapsi. Perché ciò si verifichi, si attua una conversione di energia da elettrica a chimica nel neurone presinaptico e da chimica a elettrica in quello postsinaptico. Il momento fondamentale di queste trasformazioni è la liberazione, da parte del neurone presinaptico, di un neurotrasmettitore, che può eccitare o inibire la capacità del neurone postsinaptico di produrre altri potenziali d’azione. Lo spazio sinaptico è esterno ai neuroni ed è quindi raggiungibile da sostanze esogene. I neurotrasmettitori sono raggruppati in diverse famiglie, a seconda della loro composizione chimica.

• Gli aminoacidi semplici. Quelli di gran lunga più diffusi sono il glutammato e la glicina, che sono neurotrasmettitori eccitatori e l’acido-g-aminobutirrico, che è un neurotrasmettitore inibitorio.

• L’acetilcolina e le catecolamine (DOPA, Noradrenalina, Adrenalina), che hanno a volte un ruolo di modulatori della trasmissione sinaptica.

• I neuropeptidi, che sono molti, si trovano in tutte le regioni del sistema nervoso e spesso vengono rilasciati assieme agli altri neurotrasmettitori. In molti casi hanno un ruolo di modulazione.

L’effetto di molte droghe e farmaci sul sistema nervoso è dovuto al fatto che essi, avendo delle forme analoghe a certi neurotrasmettitori, ingannano i neuroni simulandone l’azione.

ALIMENTAZIONE E CONSUMO ENERGETICO

Un individuo che pesa 70 Kg ha un cervello di poco meno di 1,5 Kg, equivalente a circa il 2% del suo peso corporeo. Ogni minuto, il cervello “pretende” circa il 15% del flusso totale di sangue e consuma il 20% di tutto l’ossigeno respirato. La quantità di energia che produce è nell’ordine di grandezza di quella dissipata da una lampadina di 25 Watt. Per la produzione di energia, il cervello dipende così strettamente dall’ossigeno contenuto nel sangue da poter sopportare un’interruzione del flusso ematico per non più di 7-8 secondi. Il cervello è l’organo con la riserva ischemica più breve: altri tessuti (il cuore, il fegato, i polmoni, i muscoli o la cute) posso “resistere” senza irrorazione sanguigna decine o anche alcune ore, prima di andare incontro a danni irreversibili, specialmente al freddo, quando il metabolismo è ridotto al minimo. In condizioni normali, il quoziente respiratorio (una misura indiretta per conoscere quali sono i substrati metabolici responsabili del maggior apporto energetico ad un organo o tessuto) del cervello è uguale a 1: vuol dire che il cervello produce energia consumando pressoché esclusivamente glucosio, demolendolo completamente fino ad anidride carbonica ed acqua, che ne rappresentano i prodotti di rifiuto. Poiché il cervello ha riserve di glucosio molto ridotte, esso dipende direttamente dal sangue per rifornirsene. Una piccola caduta della glicemia (la concentrazione ematica del glucosio) può essere compensata da un aumento della irrorazione, specialmente se la caduta è limitata ad una o poche zone del cervello, come si può avere durante lo svolgimento di un compito motorio o cognitivo. Su questa evenienza si basano le tecniche di visualizzazione funzionale del cervello che mettono in evidenza, appunto, le regioni che ricevono una maggiore irrorazione ematica o che consumano più o meno glucosio rispetto alla media dell’intero organo. Ma una maggior caduta della glicemia, specialmente se di natura sistematica (non dovuta, cioè, all’attività cerebrale, ma al malfunzionamento di qualche altro sistema o al digiuno) porta ad un progressivo deterioramento della funzione cerebrale, fino al coma. La maggior parte della richiesta energetica del sistema nervoso è necessaria al mantenimento del potenziale di riposo delle sue cellule, caratterizzato da una asimmetrica distribuzione di ioni ai due lati della membrana cellulare. Per mantenere la diversa distribuzione ionica (alcuni ioni, come il sodio, sono più concentrati all’esterno della cellula, altri, come il potassio, lo sono maggiormente all’interno) vengono utilizzate particolari proteine che prendono il nome di “pompe ioniche”. Esse consumano energia per modificare ciclicamente la loro struttura in modo tale da poter mantenere la diversa distribuzione ionica ai due lati della membrana cellulare, che è caratteristica della condizione di riposo. Il glucosio è quindi il substrato fondamentale del metabolismo del sistema nervoso, il quale, contrariamente agli altri tessuti, non contiene altra forma energetica per sostituire il glucosio ematico, come potrebbero essere i trigliceridi. Né può utilizzare i trigliceridi circolanti nel sangue perché non riescono ad attraversare la barriera emato-encefalica. Solo in condizioni avanzate di digiuno il cervello arriva ad utilizzare come combustibile gli aminoacidi o i corpi chetonici. Per quanto riguarda le altre sostanze organiche, il cervello è caratterizzato da una composizione costante e caratteristica in proteine ed aminoacidi liberi (diversi dei quali vengono utilizzati come neurotrasmettitori: GABA, Glicina, ecc.) e da un alto contenuto in lipidi. Tolta l’acqua, che rappresenta più del 90% del peso del cervello, i lipidi rappresentano ben il 56% del peso secco della sostanza bianca ed il 32% di quella grigia. La maggior parte dei lipidi è metabolicamente inerte, concorrendo a formare le membrane cellulari e, in particolare, le guaine mieliniche. La composizione dei lipidi del cervello tende a rimanere costante e non è influenzata da fattori esterni quali la dieta o la malnutrizione.

LA RESTRIZIONE CALORICA

La ricerca condotta con la sperimentazione animale sta accumulando sempre più prove che una dieta speciale, caratterizzata da una drastica riduzione delle calorie e chiamata “restrizione calorica” possa concretamente aiutare il cervello a combattere le sue battaglie contro l’invecchiamento e le malattie. Tipicamente, gli animali sottoposti a questo tipo di dieta consumano dal 30 al 50% in meno di calorie, pur avendo un apporto di proteine, grassi, vitamine e minerali adeguato al mantenimento delle loro funzioni corporee. Trasferendo la stessa cosa all’uomo, si tratterebbe di togliere dalle 750 alle 1250 calorie dalle 2500 giornaliere. Una tale riduzione potrebbe essere pericolosa, specialmente nel caso dei bambini e degli adolescenti: è bene, quindi, che nessuno tenti di sperimentarla da solo, prima che i parametri “umani” vengano seriamente definiti e standardizzati. Ma nell’ambiente controllato dei laboratori, la restrizione calorica prolunga la vita, migliora la capacità dei ratti anziani nello svolgere compiti di apprendimento, memoria e coordinazione motoria, li rende più resistenti (o comunque con sintomatologie meno gravi) nei confronti dell’Alzheimer, del Parkinson, dell’ictus e di altri processi neurodegenerativi. Recenti ricerche, oltre a descrivere gli effetti della restrizione calorica, ne stanno anche indagando i principi tramite i quali essi vengono ottenuti. E’ stata descritta una minor produzione di radicali liberi, aumentando la protezione delle cellule e delle loro funzioni, ma anche una maggior produzione di particolari sostanze, note come “fattori di crescita”, che promuovono la crescita e la sopravvivenza dei neuroni. Sembra anche che, rispetto a ratti allevati con una alimentazione libera, quelli sottoposti a restrizione calorica producono un numero significativamente maggiore di nuove cellule in zone del cervello che si sa essere importanti per la memoria. Gli scienziati stanno anche cercando di duplicare gli effetti benefici della restrizione calorica nelle scimmie e stanno programmando di farlo anche nell’uomo. Realisticamente, ci vorranno anni prima che possa essere applicata ai primi volontari, ma lo studio dei meccanismi che stanno alla base dei suoi effetti potrebbe portare alla conoscenza di sostanze che ne possano, anche se in parte, promuovere qualcuno, riducendo, così, la drasticità della restrizione. Indipendentemente dalle tecniche che verranno utilizate, comunque, gli scienziati ritengono che continuare con questi studi potrà portare a nuove strategie per proteggere e mantenere in efficienza il nostro cervello.

 

DROGHE

Le normali funzioni del cervello possono essere facilmente modificate da sostanze provenienti dall’esterno del nostro corpo, somministrate a scopi terapeutici (gli psicofarmaci) oppure per gli effetti “piacevoli” che provocano (almeno all’inizio della loro assunzione): le droghe. Aseconda degli effetti che procurano, le droghe si suddividono (arbitrariamente) in tre categorie:

• Sedativi (hanno effetto calmante e depressivo): oppiacei, ansiolitici, analgesici, sonniferi, alcool…

• Stimolanti (con effetto eccitante sul sistema nervoso centrale), come la cocaina, le amfetamine ed anche la caffeina

• Psichedeliche-allucinogene (modificano l’attività cerebrale e l’interpretazione delle percezioni): si tratta di alcuni funghi allucinogeni come il “peyote”, la mescalina, l’LSD o la cosiddetta “ecstasy”. Certe sostanze possono procurare contemporaneamente più di uno di questi effetti, ma lo vedremo più avanti. Tutti abbiamo sentito parlare di “tossico-dipendenza”; in realtà, l’uso delle droghe comporta almeno quattro gravi effetti collaterali:

• la tolleranza

• la dipendenza psichica

• la dipendenza fisica

• la sindrome da privazione.

Cosa significa “tolleranza”? Assumendo la sostanza, l’organismo si abitua, per cui serve una quantità progressivamente sempre più grande di droga per ottenere l’effetto. La dipendenza può essere di due tipi: psichica, allorché si instaura un bisogno incoercibile (o desiderio incontrollabile) di assumere la sostanza; oppure fisica, per cui l’organismo ne necessita per continuare a funzionare normalmente. Alcune droghe, infatti, si sostituiscono alle sostanze normalmente prodotte, rendendo indispensabile la loro continua assunzione. La dipendenza fisica è data soprattutto dagli oppioidi, dall’alcool etilico e da alcuni psicofarmaci usati come sedativi: benzodiazepine e barbiturici. La sindrome da privazione, anche detta da astinenza, è l’insieme dei disturbi psichici e somatici che si verificano alla sospensione brusca della sostanza. Ad esempio, nel caso della cocaina, l’astinenza comporta un quadro caratterizzato da ansia, insonnia, senso di fatica, iperfagia (appetito smodato).

 

Oppio Una delle droghe più antiche e più note è l’oppio. Esso viene estratto da un tipo di papavero il cui nome scientifico è Papaver somniferum, di cui l’oppio è il lattice condensato della capsula dei semi. Dall’oppio derivano gli oppiacei (morfina, codeina, ecc.), che sono pertanto sostanze naturali, distinte dagli oppioidi (fenilpiperidine, pentazocina, naloxone, ecc.), che invece sono molecole di sintesi o semi-sintesi. Si è inoltre scoperto che anche il nostro organismo produce delle sostanze affini, dette oppiopeptine: sono le famose endorfine, responsabili della mediazione degli stimoli piacevoli. I recettori centrali e spinali più importanti per l’azione degli oppiacei sono i μ (mi), che sono al contempo mediatori delle sensazioni dolorifiche e responsabili della dipendenza. (Purtroppo le due azioni sono inscindibili).

Morfina La morfina ha attività potente sui recettori di molti sistemi, fra i quali anche il sistema nervoso centrale. Su di esso, la morfina genera:

• analgesia

• sonnolenza

• variazioni dell’umore

• annebbiamento mentale

il tutto senza perdita di coscienza! (si definisce invece “anestesia” l’analgesia con perdita di coscienza). Per quanto riguarda l’analgesia, la morfina è il farmaco principe in molte situazioni in cui si deve sconfiggere il dolore insostenibile, come per esempio nel cancro o durante un infarto. Sul dolore la morfina ha un effetto molto interessante, perché duplice: essa riduce il dolore di tipo nocicettivo, cioè quello originato dalla eccitazione dei recettori sensitivi, mentre ha azione nulla sul dolore neuropatico, come quello che si ha per lesione di un tronco nervoso. Su quest’ultimo, tuttavia, la morfina è in grado di togliere il contenuto psicologico negativo del dolore, senza toglierne la percezione, alleviando così la componente più difficile da tollerare, la “sofferenza”. In sostanza, il paziente sa che il dolore c’è, ma è come se non fosse suo.

 

RECETTORI –> COSA MEDIANO:

μ, ∂  —> – analgesia sovraspinale e spinale – euforia – depressione respiratoria – dipendenza psichica

o–  —>- disforia – allucinazioni – stimolazione cardiaca

k  —>- analgesia a livello spinale – effetti psicoto-mimetici a livello centrale

Come agiscono gli oppiacei? Gli oppiacei agiscono interagendo direttamente con recettori propri, classificati con lettere dell’alfabeto greco. I recettori, a loro volta, sono diversamente distribuiti (come densità) nel sistema nervoso centrale ed ognuno di essi media effetti diversi.

 

Allucinogeni Il prototipo degli allucinogeni è l’LSD, cioè la dietilamide dell’acido lisergico, il quale è contenuto negli alcaloidi della segale cornuta, una pianta assai diffusa allo stato selvatico. L’LSD è un composto molto attivo (agisce in microgrammi), che altera qualitativamente lo stato psichico del soggetto, dando una sintomatologia soggettiva molto simile alla psicosi. Il pericolo con questa droga è pertanto quello di una erronea interpretazione della realtà e di alterazioni dei processi dell’ideazione, che possono condurre ad atti dannosi per sé e per gli altri. Il meccanismo d’azione dell’LSD, come per gli altri allucinogeni, è duplice: interagisce con i recettori della serotonina, nonché stimola la liberazione del neurotrasmettitore dopamina a livello dell’ippocampo e della corteccia cerebrale. Se l’LSD viene assunto in dosi maggiori di 50-100 microgrammi, subentra uno stato di intossicazione, che in una fase iniziale si caratterizza per vaghi fenomeni soggettivi come stanchezza, senso di freddo o caldo, sapore metallico, gonfiore della lingua, bruciore degli occhi. In seguito compaiono disturbi neurologici come tremori e parestesie, fenomeni neurovegetativi come la piloerezione, effetti psicosensoriali, visivi ed uditivi, (il viso umano diventa una maschera), errori nel valutare le dimensioni e le distanze, senso del tempo modificato, oltre ai consueti effetti psicologici di labilità dell’umore (il soggetto può andare dall’euforia al panico). Anche dopo mesi dalla sospensione dell’LSD possono ricomparire alcuni dei sintomi (“fenomeno del flashback”). Infatti questa sostanza, essendo liposolubile, rimane a lungo nei depositi di grasso dell’organismo. L’unico trattamento possibile per le allucinazioni da LSD è la somministrazione di un antipsicotico.

Droghe sintetiche Le amfetamine sono sostanze simpatico-mimetiche indirette (ciò vuol dire che stimolano il sistema simpatico) ed hanno anche effetti allucinogeni. Il loro prototipo e la più attiva come stimolante sul sistema nervoso centrale è la D-amfetamina. La met-amfetamina, invece, ha una durata d’azione più lunga, può cioè dare euforia per quattro – sei ore. Una delle droghe sintetiche più in uso oggi è la MDMA o metilendeossiamfetamina, meglio nota come Ecstasy. Il meccanismo d’azione di tutte, comunque, è quello di favorire la liberazione dei neurotrasmettitori eccitatori noradrenalina e dopamina. A livello del midollo spinale, ciò comporta la stimolazione della muscolatura striata, con aumento dell’energia muscolare e ritardato senso della fatica. Su alcuni neuroni centrali, lo stesso meccanismo è responsabile dello stato di veglia. Infine, agendo su degli enzimi detti MAO (monoaminoossidasi), la amfetamine hanno anche una debole azione antidepressiva. Fra i molti effetti collaterali da uso cronico (diminuzione dell’appetito, alterazioni comportamentali, risposta emozionale amplificata) è importante ricordare la psicosi tardiva da amfetamine ad alte dosi, che si verifica per formazione di metaboliti tossici. Si tratta di una psicosi paranoide che è simile alla schizofrenia.

 

TESTIMONIANZA CLINICA

(dalla “Drug Dependency Unit” di Padova)

“Un ragazzo di 24 anni è stato inviato al nostro Centro per il trattamento delle tossicodipendenze dopo aver violentemente assalito la madre. Da quattro anni assumeva MDMA, sempre sotto forma di compresse e facendo passare da 1 a14 giorni in media fra un’assunzione e l’altra. Ha riferito l’assunzione occasionale di altre sostanze (alcool, benzodiazepine, cannabis, cocaina). Prima di iniziare ad usare questa droga non aveva mai lamentato disturbi psicologici, mentre – come confermato dai suoi parenti – negli ultimi tre anni si è convinto che la gente lo fissi e lo prenda in giro in sua assenza. Ora soffre di allucinazioni di inversione del ritmo sonno-veglia (i sintomi sono cominciati quattro anni fa); la perdita di appetito si è accompagnata ad un forte calo ponderale; inoltre il soggetto ha riferito una marcata diminuzione della propria attività sessuale per circa un anno. Negli ultimi tre anni ha sofferto di frequenti cambiamenti di umore, anche se mai sufficientemente importanti dal punto di vista clinico da giustificare una diagnosi di disturbo affettivo. In passato aveva causato due incidenti automobilistici, di cui uno grave, correlati ad episodi acuti di ingestione di MDMA. Nel corso dei quattro anni precedenti si erano registrati vari episodi di aggressività. L’esame del suo stato mentale mostrava deliri paranoidei, alti livelli di ansia e deliri relativi a modifiche corporee (il suo cervello era stato rubato, gli occhi non erano i suoi); inoltre era convinto di avere l’AIDS. Gli esami di routine, la tomografia computerizzata del cervello ed i test sul siero per la ricerca di sifilide ed HIV sono risultati normali. Al momento dell’invio, i test delle urine risultavano positivi soltanto per la cannabis. Il paziente è stato ricoverato per un breve periodo di tempo in un’unità psichiatrica, in cui è stato sottoposto a terapia. Il trattamento farmacologico, però, ha avuto effetti benefici soltanto sulla sua aggressività e non sulla componente delirante. Nel corso dei tre mesi successivi, il ragazzo ha continuato ad assumere una terapia neurolettica, senza trarne grossi benefici. È a tutt’oggi sotto osservazione […] ”  

PSICOFARMACI

“Jerry è un bambino vivace, un vero vulcano. Non riesce a stare fermo, seduto al banco, nessuna lettura lo interessa, corre, salta sulle sedie, rompe tutto! E così disturba i suoi compagni e me, che cerco di insegnare qualcosa ai bambini…”. La maestra è preoccupata. Suggerisce ai genitori di parlare con un esperto e così…anche a Jerry viene diagnosticata l’ADHD, talmente conosciuta che ormai nessuno dice più il nome per intero (in italiano disturbo dell’attenzione e iperattività). La cura prescritta è sempre la un farmaco che agirà sul sistema nervoso di Jerry aiutandolo a stare più attento e calmo. Episodi del tutto simili a questo, inventato, sono ormai frequentissimi negli Stati Uniti. Nel resto del mondo il fenomeno è molto più ridotto, qualcuno dice per inadeguatezza nella diagnosi, qualcun altro perché c’è una maggiore prudenza nel trattare i caratteri vivaci come psicopatologie e nel somministrare psicofarmaci ai bambini… È uno scenario che ci fa un po’ paura e del resto, da quando gli effetti psicoattivi di alcuni farmaci sono stati scoperti (talvolta per caso, come è avvenuto negli anni ’50 per i più tradizionali antidepressivi), polemiche e prese di posizione duramente critiche hanno sempre accompagnato l’uso degli psicofarmaci nelle terapie psicologiche e psichiatriche. Ci sono dei seri problemi etici, innanzi tutto, nella decisione di somministrare ad un paziente un farmaco che può andare ad agire profondamente sul più intimo patrimonio dell’individuo, il carattere, il modo di pensare e di reagire, i sentimenti… Negli anni ’70 la psichiatria che si affidava in modo indiscriminato alle terapie farmacologiche era diventata un vero spettro, un’allarmante minaccia alla libertà dell’uomo e in particolare del malato. In effetti alcuni psicofarmaci somministrati ai pazienti con disordini mentali causano molti effetti collaterali, alcuni dei quali gravi e impressionanti (come certe contrazioni incontrollate dei muscoli facciali che fanno assumere espressioni ben poco rassicuranti al paziente…) e possono anche indurre una grave dipendenza. Gli psichiatri più spregiudicati nel curare farmacologicamente i disturbi psichici vengono accusati di abbandonare il paziente ai soli effetti violenti delle sostanze chimiche, evitando la responsabilità di una psicoterapia meno invasiva e personalizzata e magari… compiacendo qualche colosso farmaceutico. Non si può negare, d’altra parte, che l’uso di farmaci per curare le patologie della psiche abbia significato in molti casi la salvezza rispetto a condizioni di vita terribili. Comprendere l’interazione fra la chimica del cervello e il nostro stato d’animo è una delle mete più esaltanti della ricerca scientifica, proprio perché apre la porta alla possibilità di ridurre la sofferenza di chi ha disturbi mentali. Anche in questo caso sembra che la soluzione (comunque difficile) stia nell’evitare i fanatismi e le posizioni estreme. Informazione corretta ed estrema prudenza, poi, vanno aggiunte se si tratta di curare dei malati. Così come va tenuta sempre presente la considerazione che gli psicofarmaci, almeno per ora, arrivano al più a curare dei sintomi ma non arrivano a toccare le cause prime del malessere. La chimica del cervello, e in particolare quella dei sentimenti e delle emozioni, è complessa e ancora in gran parte incompresa. La vera difficoltà è riuscire ad isolare i diversi problemi e mettere in chiara relazione una disfunzione (magari localizzata) dell’organo cerebrale con il corrispondente disordine psicologico, e viceversa. Anche per quanto riguarda emozioni e stati d’animo sembra ormai accertato che la nostra storia passata, presente e futura stia scritta nel nostro codice genetico in ampia misura. Alcuni scienziati quantificano: i geni possono spiegare fino al 40-50% delle diverse attitudini psicologiche. Tutti sono d’accordo, comunque, che c’è ancora spazio per controllare e magari correggere gli stati emotivi più sgradevoli e debilitanti… Il punto è: come? Vediamo, brevemente e sicuramente in modo incompleto, qual è la base scientifica delle cure farmacologiche tradizionali per i problemi della psiche. Esistono quatto categorie principali di psicofarmaci che si distinguono in base al loro effetto terapeutico: gli ansiolitici, gli antidepressivi, gli antipsicotici e gli stabilizzatori dell’umore (essenzialmente il litio). Tutti gli psicofarmaci agiscono, in modo reversibile, sui meccanismi di comunicazione fra i neuroni, al livello della disponibilità di neurotrasmettitori specifici o della sensibilità neuronale a quei neurotrasmettitori. Fra ansiolitici vi sono i barbiturici, ormai usati quasi solo per scopi anestetici, e le benzodiazepine, che li hanno sostituiti dagli anni ’60 in poi. Questo tipo di farmaci in generale deprime l’attività del sistema nervoso centrale provocando una riduzione degli stati ansiosi e dell’insonnia. Il loro maggior difetto è che possono indurre una forma di dipendenza fisica e soprattutto psicologica. Se le basi molecolari di depressione, ansia o paura sono state e sono tuttora molto studiate, meno si sa della…chimica della felicità. Solo da poco diversi gruppi di ricerca hanno iniziato a indagare su cosa avviene nel nostro cervello quando ridiamo o assaporiamo un momento di benessere. Magari sarà questa la svolta per le future terapie. C’è da augurarselo! Nessun abuso da tossicomania è legato, invece, agli antidepressivi, in quanto non provocano effetti piacevoli sui soggetti normali, di solito. Sulle persone soggette alla depressione (che è spesso connessa ad una iperattività del sistema di risposta allo stress) gli antidepressivi producono miglioramenti dell’umore e un generale effetto disinibitorio. L’effetto dei primi antipsicotici, o neurolettici, è stato scoperto per caso quando si vide che alle proprietà sedative di certe molecole erano associati effetti di disinteresse totale per gli stimoli esterni. Proprio questa è l’azione principale di questi psicofarmaci sulle persone sane; per alcune situazioni patologiche, invece, essi agiscono riducendo gli stati di delirio, di allucinazione e di generale confusione mentale. Il litio e gli altri stabilizzatori dell’umore sono usati soprattutto per curare i disturbi bipolari, in cui l’umore oscilla patologicamente fra la depressione e l’eccitazione maniacale. Una curiosità: i nomi di personaggi famosi abbondano fra i bipolari maniaco-depressivi della storia: da Lincoln a Beethoven, Tolstoj, Virginia Wolf, fino a Newton, tutti dei caratteri piuttosto particolari!

ALCOOL

L’alcool etilico è prodotto dalla fermentazione alcoolica del glucosio ad opera di alcuni enzimi che sono contenuti nelle cellule del fungo Saccaromyces. È un liquido incolore e aromatico, estratto dalla fermentazione dell’uva e di altri vegetali, dopo distillazione. Fa bene o fa male? L’alcool, come ogni sostanza psicoattiva, modifica il funzionamento del cervello e quindi la percezione della realtà. Pertanto, se usato con frequenza, porta ad una dipendenza fisica e psichica molto forte. A questo proposito, l’alcoolismo cronico è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “una sindrome caratterizzata dalla necessità di bere una quantità di alcool superiore a quella assimilabile dall’individuo, che si accompagna ad una diminuzione della tolleranza, provocando nel soggetto disturbi psichici, che si riflettono anche nel campo sociale.” L’alcool è usato fin dall’antichità come medicamento, come stimolante del Sistema Nervoso Centrale (SNC), ma può avere anche l’effetto contrario, come antisettico e, talora, per la conservazione di pezzi anatomici. Il suo abuso è tossico. L’assorbimento per via orale è rapido ed avviene attraverso lo stomaco e l’intestino tenue; circa il 90% dell’alcool assorbito viene metabolizzato, mentre il rimanente è eliminato attraverso le urine, il respiro ed il sudore. Spesso si ingerisce dell’alcool per calmare l’eccitazione o per superare una depressione, per rimuovere l’ansia e le tensioni, o ancora per facilitare il sonno, senza menzionare le numerose valenze sociali che le bevande alcooliche possiedono (perdita delle inibizioni, ecc.). Per questo l’alcool è la droga che più inconsciamente noi assumiamo a mo’ di “farmaco del comportamento” ed il suo abuso investe non solo gli aspetti tossicologici, che vedremo in seguito, ma anche l’accettazione sociale che lo circonda. Le azioni più importanti dell’alcool si esplicano a livello del SNC, nel quale esso determina spesso depressione. Quando si osserva una certa iperattività, essa è dovuta alla rimozione degli effetti inibitori, poiché l’alcool, di per sé, non è stimolante. Le prime funzioni ad essere perdute sono i gradi più elevati di giudizio, riflessione, osservazione ed attenzione. Ma se l’abuso costituisce un problema, ciò non significa escludere a priori l’uso di bevande alcooliche! È ormai dimostrato, infatti, che una moderata quantità di alcool è benefica per l’organismo, soprattutto sul sistema cardio-circolatorio. L’effetto depressivo dell’alcool sul sistema nervoso centrale si spiega alla luce dell’inibizione dei recettori per i neurotrasmettitori eccitatori ed il contemporaneo potenziamento di quelli dei neurotrasmettitori inibitori. Per esempio, l’alcool aumenta l’attività dei neuroni che utilizzano l’acido g-amino-butirrico (GABA) come neurotrasmettitore, attraverso l’azione sui canali ionici. Dal punto di vista clinico, l’intossicazione acuta da alcool è caratterizzata da:

• difficoltà del linguaggio

• diminuita performance psicomotoria

• deficit di memoria ed attenzione

• labilità emotiva.

Tanto per fare un esempio tristemente noto, si sa che guidare ubriachi è pericoloso, ma forse non tutti sanno che la relazione fra la probabilità di avere un incidente stradale e l’assunzione di alcool non è lineare. Un tasso alcoolico di 80 mg/100ml di sangue – il limite oggi in vigore in Italia, al di sopra del quale scattano le sanzioni – fa aumentare il rischio di incidente. Ma con un tasso pari a 160 mg/100 ml il rischio non raddoppia, bensì si moltiplica di un fattore 15 !! Altri aspetti poco conosciuti riguardano le interazioni fra alcool e droghe (con potenziamento dell’effetto depressore sul sistema nervoso centrale) e fra alcool e farmaci (ad esempio, inibizione metabolica di anticoagulanti, benzodiazepine, antiepilettici e litio). Sempre dal punto di vista clinico, l’intossicazione cronica da alcool comporta:

• deficit nutrizionali, specie di tipo vitaminico

• neuropatie periferiche

• cardiomiopatia

• cirrosi epatica

• atrofia cerebrale

A livello del SNC, l’abuso di alcool determina modificazioni adattative a carico del “sistema gratificatore” cerebrale, che si occupa di elaborare i rinforzi naturali; la conseguenza è l’instaurarsi di un comportamento di ricerca della sostanza e, quindi, di dipendenza. La dipendenza, così come si manifesta a livello comportamentale con il desiderio irresistibile di assumere alcool, conduce alla sindrome da astinenza nel caso si interrompa l’assunzione. Quest’ultima è nota perché può assumere connotati drammatici, con sintomi quali allucinazioni, disorientamento nel tempo e nello spazio, comparsa di comportamenti irrazionali, nel qual caso è definita delirium tremens. La conoscenza dei meccanismi molecolari che stanno alla base dell’azione dell’alcool, peraltro ancora oggetto di intensi studi, ha portato, recentemente, alla proposta di sostanze in grado di alleviare i sintomi dell’astinenza e di aiutare gli alcoolisti a smettere di bere. Una di queste è il disulfiram, che ha la capacità di scatenare una vera e propria sindrome da privazione non appena l’alcoolista ingerisce anche piccole quantità di alcool. In questo modo si tenta di indurre un condizionamento negativo verso il desiderio di assumere la sostanza.

QUANTO NE BEVO? D’accordo, dosi moderate di alcool fanno bene alla salute. Ma quanto bere? Gli esperti concordano nel fissare il limite a 40 grammi di alcool al giorno, che equivalgono a mezzo litro di vino, oppure a due “drinks” superalcoolici, oppure ad un litro di birra. Questo vale per gli uomini. Per le donne la dose va leggermente ridotta, in quanto nell’organismo femminile (come del resto anche nella razza asiatica ed in altre popolazioni) vi è una minor quantità di alcool- deidrogenasi, l’enzima preposto alla metabolizzazione dell’alcool.  

I NUMERI DELLA NICOTINA 90%: i fumatori che vorrebbero smettere 10%: quelli che ci riescono 8 – 9: mg di nicotina contenuti in media in una sigaretta 1 – 2: mg di nicotina per sigaretta che un fumatore abituale assume 24 h/die: tempo che la nicotina resta in circolo in chi la assume regolarmente 10: secondi che la nicotina impiega a raggiungere il cervello dal polmone, una volta penetrata nell’organismo attraverso il respiro 400.000: le persone che muoiono ogni anno, negli Stati Uniti, a causa degli effetti del fumo  

SEGNALI DI FUMO Proviamo ad intervistare un qualunque fumatore e a chiedergli cosa prova nel momento in cui aspira la prima boccata di sigaretta: lo sguardo del soggetto si illuminerà di entusiasmo e la risposta sarà, pressappoco, che la sigaretta allenta la tensione, rilassa, rende più sicuri di sé, ha un buon “gusto” e via dicendo. Dopo poco, tuttavia, il fumatore assicurerà che ha provato molte volte ad abbandonare questo “brutto vizio”, che sa che “fa male” e in futuro si ripromette di smettere. In effetti, le statistiche dicono che il 90% dei fumatori vorrebbe smettere, ma ben pochi ci riescono (meno del 10% ogni anno, ma probabilmente molti di questi sono destinati a riprendere dopo qualche tempo). Eppure tutti sono consapevoli degli effetti nocivi che i costituenti del fumo hanno sulla salute, in particolar modo il catrame e il monossido di carbonio, tanto per citare i più comuni. Questa è forse la miglior dimostrazione sperimentale che il fumo di sigaretta contiene una sostanza altamente “additiva” (“addicting”), verso la quale si sviluppa dipendenza, in maniera non dissimile da qualunque altra droga. Il componente incriminato in questo caso è la nicotina. Lasciando da parte i molteplici danni di carattere respiratorio (tumore polmonare, enfisema, dispnea respiratoria) e cardiovascolare (aterosclerosi dei vasi sanguigni, infarto del miocardio) degli altri componenti del fumo, sono gli effetti della nicotina ad interessarci, per quanto concerne la chimica del cervello. Le prime descrizioni di dipendenza dal tabacco sono contenute in un manoscritto del Nuovo Mondo, in cui soldati spagnoli dicevano di non riuscire a smettere di fumare. Quando la nicotina fu isolata dalle foglie del tabacco nel 1828, gli scienziati cominciarono a studiarne i potenti effetti sull’organismo, scoprendo alterazioni della respirazione e della pressione sanguigna, costrizione delle arterie ed aumento della vigilanza. Molti di questi effetti sono prodotti attraverso l’azione sul sistema nervoso centrale e su quello periferico. Si sa oggi che la nicotina ha una struttura chimica simile a quella di un diffusissimo neurotrasmettitore: l’acetilcolina, per cui essa attiva i medesimi recettori sui neuroni, detti appunto “colinergici”. Questi sono presenti anche nei muscoli, nelle ghiandole surrenali e nel cuore e sono coinvolti in attività quali la respirazione, il mantenimento della frequenza cardiaca, la memoria, lo stato di vigilanza. L’assunzione regolare di nicotina provoca alterazioni sia del numero di questi recettori sia della loro sensibilità all’acetilcolina e alla nicotina stessa, che esitano nello sviluppo di tolleranza. Una volta che la tolleranza è instaurata, il consumatore di nicotina deve rifornire regolarmente il cervello della sostanza, altrimenti, se i suoi livelli cadono, insorgono spiacevoli sintomi di astinenza. Recentemente, i ricercatori hanno visto che la nicotina causa anche un aumento del rilascio di dopamina dal nucleo accumbens, processo che è alla base delle sensazioni piacevoli sperimentate dal fumatore. Altre ricerche provano che il ruolo esercitato dalla nicotina è ancora più complesso.

Il recettore colinergico è costituito da diverse subunità; una di queste, la b sembra mediare gli effetti piacevoli della nicotina. Creando in laboratorio, con tecniche di ingegneria genetica, dei topi senza il gene per la sub-unità b (detti topi “knock-out”), si è scoperto che questi non si auto-somministravano la nicotina, a differenza dei topi con l’intero recettore. Infine, si è scoperto che i fumatori presentano riduzione di enzimi noti come monoaminoossidasi (MAO), rispetto ai non-fumatori e agli ex-fumatori. Si suppone che la nicotina inibisca le MAO, una condizione che si associa anche all’aumentata attività della dopamina. Questo potrebbe essere uno dei meccanismi che spiega la minor incidenza del morbo di Parkinson fra i fumatori di sigarette. Ma ancor più intuitivamente, l’inibizione delle MAO da parte della nicotina renderebbe conto di alcune caratteristiche epidemiologiche dell’abitudine al fumo, che è più frequente in gruppi di individui depressi o comunque dipendenti anche da altre sostanze (alcool, droghe, etc.).  

Altri effetti sul cervello, seppure di genere diverso, vanno menzionati per la loro potenziale letalità: il fumo di sigaretta è correlato ad un aumento del rischio di sviluppare grandi aneurismi cerebrali in pazienti predisposti (gli aneurismi sono delle malformazioni vascolari, per lo più congenite, che causano gravi emorragie in caso di rottura; più grande è l’aneurisma, maggiore è la sua probabilità di rompersi). Non dimentichiamoci, però, che i fumatori mostrano migliori prestazioni intellettuali (aumento dell’attenzione selettiva e capacità di sostenerla più a lungo, aumento della concentrazione e della memoria) quando assumono la nicotina rispetto a quando non la assumono; ciò nonostante, nulla prova che la nicotina migliori l’apprendimento a lungo termine.

Siti Internet, bibliografia, centri e dipartimenti

Per la stesura di questo libretto si è attinto prevalentemente alla nostra memoria, ma anche al materiale pubblicato da:

• Dana: http://www.dana.org/

• Society for Neuroscience: http://www.sfn.org

• National Institute of Aging: http://www.nia.nih.gov/

• National Institutes of Health: http://www.nih.gov/

• Terzaet@: http://www.terzaeta.com/

ed a diversi libri, fra cui:

• Principi di Neuroscienze, di E.R. Kandel, J.H. Schwartz, T.M. Jessell. Casa Editrice Ambrosiana, 1994

• Fondamenti delle Neuroscienze e del Comportamento, di E.R. Kandel, J.H. Schwartz, T.M. Jessell. Casa Editrice Ambrosiana, 1999

• Neuroscience at a Glance, di R.A. Barker, S. Barasi, M.J. Neal. Blackell Science, 2000

• Neuroscienze, di D. Purves, G.J. Augustine, D. Fitzpatrick, L.C. Katz, A-S. Lamantia, J.O. Mcnamara. Zanichelli, 2000

• Neuroscienze, Esplorando il Cervello, Di M.F. Bear, B.W. Connors, M.A. Paradiso. Masson, 1999

• Medical Neuroscience, di T.C. Pritchard e K.A. Alloway, Fence Creek Publishing, LLC, Madison, Connecticut, 1999

Inoltre, il sito del Comitato per la Promozione delle Neuroscienze ( http://www.ilbrain.it  ) ha molti links per approfondimenti tematici sugli argomenti trattati dal testo.

Altri siti di neuroscienze possono essere trovati agli indirizzi:

Riviste scientifiche alle quali è possibile abbonarsi in rete o ricevere le newsletter:

• Nature: http://www.nature.com/nature  (in inglese)

• Science: http://www.sciencemag.org  (in inglese)

• Le Scienze: http://www.lescienze.it 

• Brain and mind Electronic magazine: http://www.epub.org.br/cm/  (in inglese)

• Informazioni sulle recenti scoperte: http://www.neuroscion.com/  (in inglese) Didattica

• Neuroscience for kids: http://faculty.washington.edu/chudler/neurok.html  con parziale traduzione in italiano fornita come link nel sito del Comitato per la Promozione delle Neuroscienze

• Lezioni in formato presentazione: http://hreeg.ifu.uniroma1.it/restricted/framewelcomeit1.htm 

Società e centri di ricerca

• Vision laboratory – London: http://www.vislab.ucl.ac.uk/  (in inglese)

• Vision laboratory – NASA: http://vision.arc.nasa.gov/  (in inglese)

• Società Italiana di Neurosienze: http://users.unimi.it/endomi/SINS/ 

• Società Italiana di Neurologia: http://www.neuro.it/ 

• The Memory web: http://www.exploratorium.edu/memory/  (in inglese)

• Neuroanatomia e patologia, con links: http://www.neuropat.dote.hu/  (in inglese)

• Brain Channel News: http://www.brainchannels.com/  (in inglese)

•Siti italiani di neurologia clinica: http://www.neuroweb.it/web/neurologia/neurologia.htm 

• Centro interdipartimentale per le Neuroscienze dell’Università di Trieste (B.R.A.I.N.): http://www.units.it/brain 

 

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