Neuroscienze. piccolo manuale per iniziare – 03

Neuroscienze (03)

Centro interdipartimentale B.R.A.I.N. dell’Università di Trieste

Comitato per la Promozione delle Neuroscienze

Pubblicato a cura dell’ufficio stampa e P.R. della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia

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Questo piccolo manuale sulle neuroscienze, vuole essere più informativo che scientifico, più divulgativo che nozionistico. I singoli capitoli sono stati scritti e disegnati da giovani amanti delle neuroscienze, curiosi ed entusiasti, che non chiedono niente in cambio, già paghi della soddisfazione e del divertimento di averlo fatto. In questo spirito, non ci sono diritti di copyright, se non intellettuale. Ogni parte del libro può essere riprodotta in qualsiasi forma e per qualsiasi scopo. L’unica richiesta è quella di rendere onore agli Autori, menzionandoli quando si utilizza il loro materiale.

Hanno partecipato alla stesura di questo libretto: Alberto Bianco, Andrea Brovelli, Anna Montagnini, Eleonora Vasile, Giovanni Mirabella, Laura Borgioni, Luca Ticini, Lucia Carriero, Luigi Corvetti. Ci è stata particolarmente utile, per aver letto le bozze ed averci dato buoni suggerimenti, la dott.ssa Francesca Capodanno.

Prof. P. Paolo Battaglini Responsabile del B.R.A.I.N. Presidente del Comitato per la Promozione delle Neuroscienze

Fonte di origine da citare: http://www2.units.it/~brain/Neuroscienze.pdf

Impaginazione web: Arch. Nuni Burgio – Agosto 2008

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LA VISUALIZZAZIONE DEL CERVELLO UMANO

La figura mostra due immagini molto dettagliate della superficie cerebrale secondo Vesalius, pubblicate già nel 1543.  

Fino ad oltre la metà del secolo scorso era possibile ottenere immagini del cervello solo attraverso studi anatomici su cadaveri, dopo l’apertura della scatola cranica, o durante gli interventi di neurochirurgia. Ciò non ha impedito la perfetta caratterizzazione morfologica e strutturale, come si è verificato per tutti gli altri organi del nostro corpo. Mentre, però, la maggior parte degli altri organi svolge una sola funzione o un ridotto numero di funzioni molto simili fra loro (il cuore pulsa, il polmoni si espandono e restringono, i muscoli si contraggono, e così via) il cervello svolge funzioni molto diverse, consentendo il movimento dell’apparato locomotore, la percezione degli stimoli esterni ed interni, l’articolazione del linguaggio, l’esercizio della memoria, il comportamento alimentare e quello riproduttivo, il sonno e moltissime altre. Gli studi anatomici non consentono, nel cervello morto, di sapere quali regioni svolgono attività diverse, con che tempi e quanto a lungo si attivano: essenzialmente, cosa fà che cosa? Solo da qualche decina di anni si è cominciato a rispondere a questa essenziale domanda, grazie alle moderne tecniche di visualizzazione del cervello in vivo, o, in termini anglosassoni, di brain imaginig. Tra le nuove tecniche che stanno aiutando i ricercatori a comprendere sempre meglio il cervello umano, si possono distinguere due categorie: una che ha come scopo lo studio dell’anatomia e della struttura del sistema nervoso centrale, e l’altra centrata sull’indagine del funzionamento del cervello. La prima metodologia che ha permesso all’uomo di “guardare” la struttura del proprio cervello è la tomografia assiale computerizzata (TAC). La TAC è stata introdotta negli anni ‘70 e sfrutta i diversi livelli di assorbimento di raggi x da parte dei tessuti per evidenziare le varie strutture cerebrali.

Oltre a dare per la prima volta una apprssimativa idea dell’anatomia del cervello di un omo vivente, ha permesso di identificare tumori o altre anormalità cerebrali, facendo fare passi da gigante alla diagnosi dei disturbi neurologici e alla neurochirurgia. Un altro metodo di visualizzazione molto usato sia per scopi clinici che di ricerca è la risonanza magnetica nucleare (RMN o MRI), sviluppata negli anni ‘80. La risonanza magnetica utilizza elevati campi magnetici e innocue onde radio per acquisire i dati e fornisce immagini del cervello ancora più dettagliate rispetto alla TAC.   Didascalia: Le immagini mostrano quattro sezioni di una testa umana realizzate approssimativamente allo stesso livello. In senso orario e iniziando da quella in alto a sinistra, si ha: una sezione anatomica, una ottenuta con radiografia convenzionale a raggi x, una TAC e una RMN. Si vede bene come solo la RMN sia in grado di visualizzare, in vivo, le strutture cerebrali con la migliore definizione, paragonabile a quella della sezione autoptica. Per quel che riguarda i metodi di indagine che studiano l’attività del cervello, uno dei più antichi è l’elettroencefalografia. L’attività elettrica congiunta di milioni di neuroni della corteccia cerebrale dà luogo a variazioni di voltaggio sullo scalpo, dette anche onde cerebrali, che possono essere registrate mediante l’elettroencefalogramma (EEG). Oltre a produrre variazioni elettriche, i neuroni corticali producono anche piccolissimi campi magnetici che vengono “catturati” da sensori basati su materiali superconduttivi. Quest’ultima metodologia viene chiamata magnetoencefalografia (MEG) e le prime applicazioni sull’uomo risalgono alla prima metà degli anni ottanta. Variazioni delle onde EEG e MEG si correlano specificatamente ad eventi fisiologici come stimolazioni sensoriali o atti motori e a stati patologici quali l’epilessia. Mediante lo studio dell’EEG e della MEG, si è in grado di analizzare l’evolversi dell’attività elettrica con una precisione di millisecondi, e, recentemente, l’integrazione di dati EEG e MEG con immagini di risonanza magnetica ha permesso di localizzare le aree corticali che generano le variazioni nelle onde cerebrali, permettendoci di conoscere dove e con quale sequenza temporale viene percepita, ad esempio, una particolare melodia oppure l’immagine di un amico. 

Il funzionamento del cervello può inoltre essere studiato analizzando segnali, per così dire, indiretti dell’attività neuronale. Difatti, i neuroni hanno bisogno di un continuo apporto di energia che gli viene prevalentemente fornita sotto forma di ossigeno diluito nel sangue che, attraverso i capillari, si diffonde in tutto il cervello. Quando una zona particolare del cervello si attiva, ad esempio in seguito ad uno stimolo visivo, si ha un aumento dell’attività neuronale in quella particolare regione cerebrale dedita all’analisi degli stimoli visivi. I neuroni coinvolti “lavoreranno” di più e la richiesta di maggior quantità di energia avrà come effetto un aumento del flusso sanguigno per consentire un maggior apporto di ossigeno nel tessuto circostante. Queste variazioni sanguigne, o ematiche, posso essere registrate mediante tecniche quali la tomografia per emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI). La PET fornisce misure indirette dell’attività cerebrale registrando le variazioni di flusso ematico, mentre la fMRI rileva cambiamenti della concentrazione sanguigna di ossigeno.  Didascalia: Campo elettrico cerebrale in un soggetto sano mentre si accinge a compiere un movimento della mano, ottenuto in uno dei laboratori del B.R.A.I.N. L’immagine è stata ottenuta sovrapponendo la ricostruzione tridimensionale del campo elettrico a quella della corteccia cerebrale, ottenuta con risonanza magnetica nucleare. Le linee concentriche indicano aree di voltaggio uguale. La maggiore attivazione si ha nella regione più chiara, nell’emisfero sinistro. A differenza della PET, che richiede l’iniezione di una sostanza leggermente radioattiva (chiamata anche agente di contrasto) nel sangue, la risonanza magnetica funzionale è totalmente innocua, e tuttora costituisce una delle frontiere dello studio del sistema nervoso umano.

La PET e in particolare la fMRI riescono ad individuare zone cerebrali attive con una precisione dell’ordine del millimetro (la fMRI ha una risoluzione migliore rispetto alla PET), ma, visto che le variazioni sanguigne sono lente e avvengono con ritardo rispetto all’attività elettrica neuronale, l’accuratezza temporale è nell’ordine dei secondi. Per questo motivo, diversi laboratori sparsi per il mondo stanno cercando di integrare le diverse metodologie di visualizzazione come l’EEG, la MEG, la fMRI e la RMN, in modo da ottenere informazioni complementari riguardo le funzioni e strutture cerebrali, così da poter raggiungere una visione d’insieme dei processi fisiologici che regolano i comportamenti umani.   Didascalia: Immagini PET (a sinistra) e di fMRI integrata con RMN (l’ottenimento delle immagini dalle due tecniche si ha nella stessa seduta di indagine, in successione) di un soggetto sano mentre osserva stimoli visivi (a sinistra) o muove la mano (a destra). Le frecce indicano le zone di corteccia cerebrale che si attivano nelle due circostanze.

 

IL SONNO

Lo studio sul sonno vanta una lunga tradizione, ma le scoperte più importanti si collocano a partire dalla seconda metà del XX secolo, periodo in cui gli scienziati, grazie alle moderne tecniche di indagine fisiologica, sono riusciti ad individuarne i principali processi. Didascalia: Tracciati elettroencefalografici registrati durante diversi stati comportamentali. Si noti il progressivo rallentamento delle frequenze dalla veglia vigile verso il coma. Con l’ulteriore “appiattimento” del tracciato fino alla totale assenza di onde, si ha la “morte cerebrale”.  A causa dell’apparente inattività che lo caratterizza, il sonno inizialmente è stato considerato come un processo passivo, di cessazione dell’attività cerebrale e dei processi mentali. Lo si riteneva caratterizzato da una preminente inattivazione motoria e da un completo isolamento sensoriale con l’ambiente circostante. Tali concezioni sono state rivisitate alla luce delle conoscenze fisiologiche. L’isolamento sensoriale infatti non è completo, neanche durante il sonno più profondo. Gli impulsi sensoriali periferici sono condotti alle aree corticali, e i comandi motori riescono a raggiungere i motoneuroni alfa del midollo spinale: ne deriva che l’inattivazione sensoriale e motoria non è completa come si credeva inizialmente. Le tecniche fisiologiche di registrazione polisonnografica, a partire dalla seconda metà del XX secolo, hanno permesso di indagare la complessità del processo ipnico. Il termine polisonnogramma indica l’insieme delle registrazioni effettuate mediante l’integrazione simultanea di differenti tecniche di registrazione: l’elettroencefalogramma, che registra l’attività delle onde cerebrali, l’elettrooculogramma, che rileva i movimenti oculari e l’elettromiogramma, che registra l’attività muscolare. L’individuazione di movimenti oculari rapidi durante il sonno ha permesso di suddividerlo in due fasi distinte: il sonno REM ed il sonno non-REM. Il sonno REM, acronimo di “rapid eye movement”, rappresenta la fase in cui si registrano e si osservano tali movimenti; il sonno non-REM rappresenta la fase in cui tali movimenti sono assenti. Il sonno REM è caratterizzato da un’intensa attività cerebrale che paradossalmente assomiglia a quella della veglia. Si registrano onde cerebrali rapide e di bassa ampiezza. In questa fase si registra inoltre un aumento della frequenza e della pressione cardiaca, un incremento del metabolismo e della temperatura cerebrale. L’elettro-occulogramma registra i movimenti oculari rapidi che compaiono isolati o a gruppi e che risultano intervallati da movimenti oculari lenti. Spesso, insieme a tali movimenti rapidi o anche indipendentemente da essi, si verificano movimenti degli arti o sussulti corporei. La fase REM si presenta, nel corso della notte, all’incirca ogni 90 minuti con una durata di pochi minuti; nell’ultima parte del sonno intensifica la frequenza di comparsa e la sua durata. La fase REM si associa a sogni particolarmente vividi, spiegando così perché al risveglio mattutino questi si ricordano facilmente. Sono state avanzate molte ipotesi per spiegare i movimenti oculari, la più suggestiva ritiene che siano movimenti di inseguimento oculare delle scene immaginate nel sogno. Il cervello nella fase REM manifesta una forma di attività cerebrale che inizia in una zona del tronco encefalico, il ponte, che tramite il talamo attiva zone corticali più elevate che innescano la formazione dei sogni. Il ponte invia simultaneamente informazioni al midollo spinale per inibire il movimento causando l’atonia muscolare: si ipotizza che questa relativa forma di paralisi muscolare sia necessaria affinché il soggetto non si muova durante il sonno, seguendo il corso dei sogni. La fase non-REM occupa la maggior parte del sonno. Si registrano una diminuzione della pressione, della frequenza cardiaca e del metabolismo. In questa fase si registra un progressivo rallentamento della frequenza e un aumento in ampiezza delle onde elettroencefalografiche. I muscoli sono rilasciati, ma l’attività corporea non è del tutto assente. Si manifestano frequenti aggiustamenti posturali e movimenti ogni 5-20 minuti. Le aree cerebrali preposte all’attivazione del sonno non-REM sono collocate nelle zone caudali del tronco dell’encefalo, a livello del bulbo, dimostrando una differenziazione delle strutture anatomiche che presiedono alle due diverse tipologie di sonno. Il sonno non-REM si suddivide in 4 stadi fondamentali che sono caratterizzati da onde cerebrali suddivise per diversa ampiezza e frequenza. Nello stadio 1 le onde cerebrali sono variabili ed irregolari. Ha breve durata e si presenta nella transizione dalla veglia agli altri stadi del sonno. Vicino all’addormentamento le immagini mentali sono approssimativamente vivide e tramite elettromiogramma si registrano brevi contrazioni muscolari associate a immagini vivide. Lo stadio 2 è caratterizzato da un elettroencefalogramma con frequenze miste ed ampiezze relativamente basse in cui compaiono i fusi del sonno, brevi raggruppamenti di onde elettriche che assumono la forma di un fuso. Questo stadio aumenta progressivamente, fino ad occupare quasi tutto il sonno non-REM nell’ultima parte della notte, e rappresenta il 45-50% del totale del sonno. Gli stadi 3 e 4 sono formati dalle forme d’onda più lente, di bassa frequenza e maggiore ampiezza. Questi stadi sono distribuiti prevalentemente nella prima parte della notte e decrescono fino ad essere del tutto assenti nell’ultima parte, in prossimità della veglia. Essi rappresentano il “sonno più profondo”. Rispetto agli altri stadi richiedono infatti un proporzionale incremento della stimolazione esterna perché si generi il risveglio del soggetto. Sono state avanzate molte ipotesi sulla funzione del sonno più profondo: secondo le ricerche più recenti si ritiene che serva da ristoro alle funzioni cognitive di ordine superiore. Comunque si interpreti il fenomeno sonno, esso pone ancora diverse questioni irrisolte, come la sua funzione evolutiva e la ragione dei benefici vantaggi che apporta alle funzioni cognitive. Ai neuroscienziati rimane ancora il compito di indagare ed analizzare i complessi meccanismi che lo regolano, individuare i singoli centri neurali che sono coinvolti ed analizzare le modalità dei singoli mediatori chimici che vi partecipano. Si spera così che la ricerca riuscirà a mettere appunto nuovi e più efficaci trattamenti per i disturbi del sonno, che a tutt’oggi affliggono più di un terzo della popolazione.

IMPARARE, RICORDARE, DIMENTICARE

MEMORIA E APPRENDIMENTO

La leggenda vuole che Napoleone Bonaparte ricordasse a memoria il nome di migliaia di soldati del suo esercito. Arturo Toscanini conosceva nota per nota, e per ciascuno strumento dell’orchestra, le 100 opere e le 250 sinfonie del suo repertorio. E che dire del famoso Pico della Mirandola, passato alla storia per le prodezze della sua memoria. Geni del ricordo? Professionisti del “tenere a mente”? Alzi la mano chi non ha perduto nemmeno una volta le chiavi, il portafogli o un ombrello! Per non parlare della difficoltà di ricordare i nomi delle persone appena conosciute e alle quali solo cinque minuti prima magari si stringeva la mano per la presentazione… Apprendimento e memoria sono intimamente connessi. Non si può avere ricordo di qualcosa, infatti, se prima non lo si è appreso. Ma esiste una sola memoria? Che cosa fa sì che alcune informazioni siano “trattenute” più di altre? I moderni studi di neuropsicologia cognitiva hanno dimostrato che l’apprendimento non è una facoltà unitaria della mente, ma è costituito da processi mentali distinti. L’apprendimento esplicito o dichiarativo rende possibile richiamare volontariamente alla mente fatti o informazioni relativi a luoghi, nomi, circostanze. L’apprendimento implicito o procedurale riguarda, invece, quei processi di memoria relativi alle abilità che una persona ha imparato e che sono quasi “automatiche”, fuori dal controllo consapevole (es. andare sulla bicicletta, suonare la chitarra, sapere che 3×8 fa 24…). Un gruppo di neuropsicologi, negli anni ’60, studiando il caso del paziente H.M., trovò che l’apprendimento esplicito dipende fondamentalmente dalle strutture del lobo temporale della corteccia cerebrale, compreso l’ippocampo. Il famoso paziente H.M. all’età di 27 anni aveva subito un intervento chirurgico al cervello per eliminare le crisi di epilessia che lo affliggevano. La rimozione di parti dei lobi temporali del cervello, incluso l’ippocampo, distrusse la sua capacità di creare nuovi ricordi. Oggi, a distanza di 40 anni da quell’intervento, H.M., ha una buona memoria a breve termine. Quando gli viene presentato un ospite, ne rammenta il nome per il tempo di una conversazione. Ma se l’ospite si assenta e ritorna, H.M. non ricorda più nulla. L’apprendimento implicito interessa, invece, soltanto i percorsi sensoriali, motori o associativi reclutati per abilità percettive o motorie particolari, utilizzati mentre si sta imparando. I risultati di studi clinici condotti su esseri umani e sugli animali suggeriscono che ogni forma di memoria è caratterizzata da almeno due stadi distinti: uno stadio a breve termine (o di memoria primaria), che si protrae per alcuni secondi o minuti, e uno a lungo termine, che permane per giorni, settimane e talvolta per tutta la vita. Le informazioni temporaneamente memorizzate nella memoria a breve termine (es. un nuovo numero di telefono) possono essere trasferite definitivamente al magazzino a lungo termine attraverso la ripetizione, e diventare un ricordo stabile e duraturo. Questo trasferimento comporta, nel cervello, un cambiamento dell’efficienza delle sinapsi preesistenti, in un processo che si accompagna alla crescita di nuove connessioni sinaptiche. È quello che ha dimostrato lo scienziato Eric Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000. Kandel ha dato un contributo decisivo alla ricerca sulle basi molecolari della memoria, indagando il fenomeno della plasticità sinaptica. La sua intuizione geniale è stata quella di studiare il processo dell’apprendimento in un animale molto semplice, l’Aplysia californica, un placido gasteropode, una sorta di lumaca marina. L’aplysia possiede un piccolo sistema nervoso composto di soli 20 mila grandi neuroni identificabili, raggruppati in 10 gangli principali. Kandel ha dimostrato che un semplice riflesso dell’aplysia, il riflesso di retrazione della branchia e del sifone, può venire modificato in due modi: per abitudine o per sensibilizzazione. La branchia (è l’organo attraverso il quale l’animale respira) termina in un piccolo sifone carnoso dorsale. Se un getto d’acqua viene soffiato sul sifone dell’aplysia, l’animale ritira energicamente sia il sifone che la branchia. Se però si continua a farlo, l’animale ritirerà sempre meno la branchia, si abituerà. Ma l’abitudine non è la sola forma di apprendimento osservabile. Il riflesso di retrazione della branchia e del sifone può essere sensibilizzato. Kandel e i suoi collaboratori applicavano una breve scossa elettrica alla cute della testa dell’aplysia: in seguito anche uno stimolo tattile lieve applicato alla cute del sifone provocava una energica e immediata retrazione del sifone medesimo e della branchia. Lo scienziato sostiene che questo apprendimento comportamentale è provocato dalla modificazione plastica delle sinapsi che collegano il neurone sensoriale, che registra la stimolazione tattile del sifone, al neurone motore che comanda la retrazione della branchia. Questa modificazione plastica è determinata da un aumento dei livelli di serotonina, e questo effetto può essere riprodotto chimicamente applicando serotonina in colture di neuroni sensoriali e motori. Una singola applicazione di serotonina produce cambiamenti a breve termine nell’efficacia sinaptica (velocità con la quale due cellule si scambiano informazioni), mentre 5 applicazioni distanziate, somministrate nell’arco di un’ora e mezza, determinano cambiamenti a lungo termine che durano uno o più giorni. Le modificazioni nell’efficacia sinaptica derivano in parte da un aumento del rilascio di neurotrasmettitori dai neuroni sensoriali. Questo aumento dell’eccitabilità pre-sinaptica è dovuto a un allungamento nel tempo del potenziale d’azione, grazie al fatto che la serotonina modula le correnti di potassio dentro e fuori la cellula. L’apprendimento per sensibilizzazione a ritrarre la branchia si associa alla crescita di nuove connessioni sinaptiche tra i neuroni sensoriali e i neuroni motori. La serotonina si lega a un recettore presente sulla superficie dei neuroni sensoriali attivando un enzima che trasforma l’ATP in AMP ciclico, il quale a sua volta attiva la proteinchinasi- A (PKA). L’AMP ciclico può evocare sia la facilitazione a breve termine sia quella a lungo termine e gli inibitori della PKA bloccano ambedue le forme di facilitazione. Durante l’apprendimento a breve termine (es. una sola somministrazione di serotonina) la PKA modifica le proteine bersaglio come i canali ionici, producendo un aumento transitorio della liberazione di neurotrasmettitore. Invece, con l’apprendimento a lungo termine (ripetute somministrazioni di serotonina) la PKA si trasferisce al corpo cellulare dei neuroni sensoriali ed entra nel nucleo, dove induce l’attivazione di geni specifici, ad esempio attraverso il fattore di trascrizione CREB (cAMP responsive element-binding protein, cioè proteina che si lega al fattore che risponde all’AMP ciclico). Il CREB è quindi ritenuta la chiave di volta della memoria a lungo termine. Altri laboratori di ricerca si sono concentrati sul ruolo svolto dall’ormone insulina sulla memoria. Molti neuroni dell’ippocampo possiedono recettori specifici per l’insulina e somministrando streptozotocina (un repressore dell’attività dell’ormone) i topi di laboratorio non erano più capaci di ricordare in quale punto della stanza era localizzato il loro cibo. Somministrando agli animali farmaci che aumentavano la produzione di insulina, i topi riuscivano a ricordare la posizione del cibo molto meglio dei compagni di controllo. Gli scienziati stanno anche cercando di scoprire come reagisce il cervello dei pazienti con Alzheimer alla somministrazione di farmaci che aumentano i livelli di insulina. Molta ricerca deve ancora essere condotta prima di poter ottenere risultati terapeuticamente utilizzabili sull’uomo. Aspettando il momento in cui sarà messa in commercio la tanto attesa “pillola della memoria”, non ci rimane che consolarci pensando che in fondo l’arte del dimenticare è altrettanto importante di quella del ricordare: se non dimenticassimo le informazioni irrilevanti come riusciremmo ad adattarci a tutti i mutamenti della realtà? L’ho già visto! Il cervello trattiene appena il 25% delle informazioni che, in ogni secondo, giungono ai nostri organi di senso e di queste, solo meno dell’1% viene selezionato nell’area del linguaggio e immagazzinato nella memoria primaria. Il nostro cervello è capace di astrarre impressioni figurate, suoni, odori, percezioni tattili e gustative, verbalizzare quanto appreso e associarlo con informazioni precedenti. Maggiori sono le possibili associazioni e più è facile che quanto appreso sia ricordato per tempi più lunghi. Vi è mai capitato di pensare di aver già vissuto una scena? È il fenomeno del deja-vu. Tra tutte le informazioni che giungono ai vostri sensi in questo momento (le righe scritte che vedete, la ruvidezza del foglio sotto le vostre mani, un particolare rumore o suono nell’ambiente circostante, il gusto che magari avvertite in bocca, il fatto che siete circondati da certe persone o siete in un certo posto), il cervello selezionerà solo quelle pertinenti (teoria del filtro dell’attenzione) e le assocerà con tracce mnestiche che già avete nella memoria. Potrà capitare in futuro che si ritrovino associati un paio delle informazioni che state processando in questo momento (es. vi potrà capitare di leggere qualcosa mentre nell’ambiente c’è la stessa musica e siete in compagnia con le stesse persone) e il vostro cervello riconoscerà come familiare la scena che state vivendo, perché attiverà nuovamente quelle tracce di memoria che sono già immagazzinato.

QUALCHE TECNICA DI MEMORIZZAZIONE.

Tra le più famose c’è quella dei loci: la raccomandava già Aristotele e consiste nel visualizzare mentalmente un percorso conosciuto o un luogo familiare, ad esempio il proprio ufficio. Poi bisogna cercare di vedere gli oggetti che devono essere tenuti a mente, posizionati lungo il percorso o dentro la stanza (es. appesi al muro o sopra la scrivania o dentro un cassetto…). Un’altra tecnica è quella del perno. Si tratta di “agganciare” una parola o un concetto al successivo visualizzandoli in modo “creativo”, cioè come esageratamente grandi o esageratamente piccoli, colorati, a strisce, in movimento, deformati. Potete provare a fare questo esercizio: scrivete una lista di parole (bue, orologio, finestra, ecc.). Ora per memorizzarli provate a immaginare un bue enorme a pois che sta tentando di infilarsi un orologio di vetro (fragilissimo!!) alla zampa e mentre lo fa barcolla su se stesso e cade rovinosamente da una finestra aperta… I professionisti assicurano che con questo metodo riescono a ricordare anche più di 60 elementi di una lista, e addirittura ripetendo la lista al contrario, dall’ultimo fino al primo!  

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